giovedì 3 Aprile 2025
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HomeRubricheLe note di Marco MascardiAh, quel Negroni sbagliato…

Ah, quel Negroni sbagliato…

L’ironia su quel cocktail sconsiderato. Così Marco Mascardi commentava le ore del dopopartita: “Chi non fosse a giorno delle maniere consigliate per stare bene a tavola bastava che desse un’occhiata ai clienti più chic del ristorante e scopriva dove mettere i gomiti, restando seduto a schiena dritta...”.

 

In questo sito merita un posto d’onore la figura di un nostro presidente indimenticabile, Marco Mascardi, giornalista di buon rango. Elegante, lingue straniere ben assimilate (la madre era scozzese), bon vivant, fu corridore dilettante di auto sportive (viaggiava in Rolls) e presidente onorario dell’AIBS, associazione italiana barmen e sommeliers.
Innamoratosi del Golf, parola che scriveva sempre con la G maiuscola, aveva visto scorrere tra le dita, sulla macchina da scrivere e poi sul pc, mille eventi, occhio e mente sempre accessi da curiosità e passione per il nostro mestiere.
Fu grande inviato speciale di quotidiani e periodici, amava viaggiare e soprattutto vivere: trovò sui fairway la sintesi dei suoi piaceri, la vita di Circolo, la bellezza dei boschi lombardi, la dimensione estetica del Golf.
Un collega disse di lui: “I suoi scritti, mai banali, suggeriscono senza urlare, informano senza obbligare, criticano senza offendere…”.
Rendiamogli omaggio proponendo una serie di suoi scritti, divertenti e pieni d’ironia.
(r.z.)

Ah, quel Negroni sbagliato…. (di Marco Mascardi)

Mi sta sfuggendo qualcosa. Non capisco che senso possa esserci nel trasformare con molto impegno una cosa bella in una cosa brutta. Da un giovanotto, in un American bar, con mia sorpresa l’altro ieri ho sentito chiedere un Negroni ‘sbagliato’.

Il Negroni è un cocktail classico: fu inventato per caso dal conte Camillo Negroni che in una tabaccheria di via Tornabuoni, negli Anni Venti, tutte le mattine offriva l’’Americano’ a un fiaccheraio e a un giornalaio.

C’era anche un commissioniere d’albergo, persona gentile che, debitamente pagata, era disponibile a fare commissioni ai clienti. In particolare, recapitava messaggi urgenti, visto che non era stato ancora inventato il cellulare. Ma la gente aveva fretta lo stesso.
Il conte Camillo, al suo Americano (metà vermouth di Torino e metà Bitter Campari di Milano), faceva aggiungere una parte di gin: era stato a lungo a Londra e s’era abituato così.

Il tabacchino che mesceva metteva la consueta scorzetta di limone dentro tutti i bicchieri. Ma la scorzetta per il conte era d’arancio (perché il gin non si notava, a vista, e quello del conte non si doveva confondere con gli altri bicchieri).
Negroni era noto, elegante, poliglotta, persino ricco. E i clienti del Grand Hotel, in piazza Ognissanti, presero l’abitudine di chiedere l’‘Americano alla Negroni’, cioè col gin.

I clienti erano americani e inglesi che in seguito riportarono in Italia il Negroni italianissimo, a cavallo d’un successo mondiale che gli italiani scambiarono subito per una cosa britannica o americana. Sancendone, com’era ovvio, il successo. Perché il Negroni era buono, prima di tutto.

Come poteva essere buono un Negroni ‘sbagliato’? Chiesi al giovanotto che cosa fosse mai. La risposta fu agghiacciante: ‘Noi lo preferiamo così. Con lo spumante al posto del gin. È nuovo’. La parola ‘nuovo’ mi percosse i timpani. Pensare che si potesse sostituire il gin con uno spumantino qualunque mi parve un’idea più perversa che stupida. Proprio perché ‘nuova’. Che senso può avere la trasformazione di una cosa stupenda in una miserabile?

Prendiamo il Golf. Un Gioco che aveva le sue tradizioni d’eleganza, di fairplay, di buon gusto. Una somma di buone maniere disattese oggi da un numero sempre maggiore di persone, specie nel nostro Paese. Di solito, la fine dei calzoni d’un completo di flanella era sui campi di Golf. Qualunque gentiluomo non dismetteva i pantaloni con un minimo accenno di gobba alle ginocchia, senza fargli fare prima un certo numero di giri di campo. Si trattava pur sempre di calzoni molto belli, di sartoria, visto che gli abiti fatti li hanno inventati di recente. E la parola blue-jeans era ancora del tutto straniera fino a qualche anno fa. Certo, il Golf era un Gioco molto elegante. Chi non era in grado di permetterselo parlava di ‘sport elitario’.

Due errori: il Golf è sempre stato un Gioco e basta, tranne che per i professionisti, premiati infatti in denaro. Ancora oggi, per dire, a Londra, molti negozi di articoli sportivi non vendono palline e bastoni proprio perché ‘il Golf non è uno sport, ma soltanto un Gioco’. Quanto a essere elitario, io ho conosciuto un po’ di gente magari non facoltosissima che giocava a Golf divertendosi molto. Nel rispetto, tuttavia, delle buone maniere. Chi proprio non le conosceva, aveva modo di impararle sul posto.

Questo era uno dei vantaggi del Golf. I Circoli, poi, avevano dei ristoranti molto frequentati. Chi non fosse a giorno delle maniere consigliate per stare bene a tavola bastava che desse un’occhiata ai clienti più chic e scopriva dove mettere i gomiti, restando seduto a schiena dritta. Giocando con persone di splendida qualità, il neo golfista si adattava immediatamente a giocare parlando (poco) sottovoce e così la tradizione felicemente continuava. La tradizione del buon gusto, dei modi decenti, dell’abbigliamento adeguato. Ora, chiaramente, le cose sembra siano cambiate…

Io rispettavo il Golf e le sue Regole, in realtà mi affascinava più di tutto lo Spirito del Golf, la sua Storia, i Personaggi, le Tradizioni, quell’essere il gioco del silenzio, il Gioco che presumeva tutta l’onestà di cui un uomo poteva essere capace. Il Gioco del gesto educato. Il Gioco che consentiva gli errori li puniva giustamente ma lasciava libero il cuore di aprirsi alla prima occasione. Ho portato in tasca score pesanti come macigni. Ma senza odio. Al massimo, ho detestato i chiacchieroni, gli arruffoni, i miseri che, prima o poi, finivano col dire: ‘Ma stiamo giocando tra noi!’. Per aggirare le Norme. Tristi e banali, non avevano mai afferrato che cosa fosse il Golf. Non c’è età per capirlo. Tiger Woods aveva soltanto cinque anni ma sapeva già tutto. Non si è mai abbastanza vecchi, cioè, ma neppure troppo giovani. Si è. Tutto qui.

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